SVI Burundi – Il coraggio di diventare inutili

Non sempre è facile riconoscere il momento giusto per chiudere definitivamente un progetto e concludere la presenza in un paese ed ancor di meno è semplice lasciare andare un pezzo di storia. Ma è così che la pensiamo qui allo SVI: partiamo per poter tornare a casa, interveniamo per poter diventare inutili. Dopo dodici anni di progetto a Mivo e oltre 40 anni di presenza lo SVI lascia il Burundi, convinti che è venuto il momento di farli camminare da soli. Che cosa resta di questo lunga relazione con questo Paese,  che per il nostro organismo è stato l’inizio di tutto e con il quale avremo sempre un legame speciale, ce lo dice Francesco Lancini, il volontario che ha accompagnato gli ultimi 3 anni del progetto. 

                      “Non si può tirare su l’erba per farla crescere più in fretta”

Gino Filippini

 

Una delle affermazioni che più mi sono sentito dire prima della partenza per il Burundi è stata che i risultati di un progetto, se ci sono, sono visibili solo dopo molto molto tempo  e difficilmente un volontario durante il suo periodo di lavoro è in grado di vedere il progresso, il passo avanti.

Io ho la gioia di dire che sono stato eletto tra quei fortunati che hanno potuto gustare dell’opportunità di vedere i frutti del lungo lavoro.

Io non ero presente all’inizio, ma lo sono stato alla fine, ed i racconti dei collaboratori locali, della gente, le relazioni e gli scritti di chi mi ha preceduto, mi hanno aiutato a farmi una idea della situazione di quel tempo, delle problematiche, delle emergenze, delle urgenze. La possibilità di leggere nel tempo il cammino fatto dal progetto con la gente, per la gente, nella gente. Vedere cosa resta delle attività proposte più di dieci anni fa e da tempo concluse, delle attività riproposte in maniera diversa per cercare di migliorarne l’efficienza e l’efficacia.

Nelle ultime settimane la domanda che tutti ci siamo posti è stata se il progetto era riuscito a raggiungere l’obiettivo generale: l’integrazione della comunità BATWA.

Cos’è integrazione? È un parolone enorme. Servirebbero molti dati, una colorata fotografia di 15 anni fa da paragonare ad oggi, come quelle vignette della Settimana Enigmistica in cui devi trovare le 25 differenze tra due immagini che paiono uguali. Ci vuole un po’ di pazienza, di occhio acuto. Se parliamo di integrazione sono molte le sfumature che possiamo coinvolgere. Ma io posso scrivere di qualche semplice avvenimento, di qualche battuta carpita qua e là durante i tre anni, battute che mi hanno aperto lo sguardo su un qualcosa che prima non vedevo, troppo miope nel soffermarmi su quello che non mi sembrava funzionare per vedere ciò che funzionava.

Vi racconto…

Il magazzino di stoccaggio di sementi costruito dallo SVI a Mivo è diventato nel tempo esempio di qualità a livello nazionale, addirittura selezionato da IFDC come uno dei tre migliori magazzini del Burundi. E non perché ci sia stato un bianco a dirigerlo, ma perché una fortunata collaborazione con una Cooperativa locale con 4000 iscritti ha reso il locale centro nevralgico di stoccaggio e selezione di sementi certificate. Hanno fatto tutto i burundesi: lo SVI ha solo accordato loro l’utilizzo della struttura. Il magazzino di Mivo è quindi divenuto meta di “pellegrinaggio” di giornalisti, di agronomi, di ONG pronte a collaborare con questa cooperativa. Un giorno arrivò a Mivo l’ambasciatore d’Olanda con un folto gruppo di persone, e dopo aver visitato il magazzino, al gruppo è stato presentato il lavoro fatto dallo SVI. Ricordo i sorrisi scettici di tutti nel sentir parlare delle parole agricoltura e batwa nella stessa frase, legate, perché è risaputo che i Batwa non coltivano. Ma lo scettico sorriso è divenuto una incredula espressione nel vedere centinaia di campi coltivati senza un soldo del progetto ma grazie alle collette dei membri dei gruppi di lavoro.

E’ stato lì che ho capito che ciò che avevamo seminato nel tempo aveva dato frutto.

Ed oltre alla pura agricoltura che rappresenta la base di sopravvivenza di questo popolo, ho quindi iniziato a meglio guardare quello che succedeva attorno, scoprendo numerosi bambini batwa frequentare le scuole primarie, donne presentarsi al dispensario per le cure mediche, adulti assunti come lavoratori non solo per quei lavori più duri e umili come trasportare pietre, ma anche per coltivare campi, fare da guardiani nelle case, alcuni addirittura eletti tra i consiglieri collinari, oppure orti casalinghi per le verdure che i capi collina si scordano.

Sì, certo, i Batwa sono ancora generalizzando visti come gli ultimi, sono ancora indicati come mendicanti, ladri, sporchi. Ma a Mivo, accanto a un gruppo di Batwa che veramente sembrano non aver in alcun modo fatto un minimo passo avanti, troviamo uno zoccolo di un centinaio di famiglie, quindi la metà della comunità Batwa, che invece non ha nulla da invidiare agli altri abitanti di Mivo. E saranno loro a essere il traino degli altri, saranno loro a mostrare che una strada percorribile verso una condizione migliore è possibile. Queste famiglie, i loro figli che frequentano la scuola e che quindi sono i primi a vivere una integrazione con gli altri perché a scuola non ti puoi presentare sporco e logoro, perché l’insegnante ti caccia. E quindi, lo sforzo per presentarsi ogni giorno dignitoso, pulito e in ordine, è un tangibile, innegabile e oggettivo gesto di volontà per essere al pari degli altri, soprattutto per qualcuno che fa parte di una etnia disprezzata e ghettizzata.

Dove possiamo mettere l’asticella per stabilire se il risultato raggiunto è sufficiente o no?

Dobbiamo dire che quasi la metà delle 202 case costruite dal progetto per i Batwa sono state distrutte dal beneficiario per vendere il materiale e fare cassa, oppure dobbiamo dire che più della metà delle case costruite dal progetto per i Batwa sono ancora in piedi a distanza di quasi dieci anni?

Con i soldi dell’ultimo finanziamento CEI terminato due anni fa il progetto riusciva a far scolarizzare circa 150 bambini, l’anno scolastico 2015-16 ha visto presentarsi nelle diverse classi sui banchi di scuola più di 150 bambini batwa.

Durante un lavoro di mappatura del servizio fondiario del comune di Ngozi, i tecnici si sono lamentati del livello di igiene nei villaggi Batwa legato alla mancanza quasi totale di toilette. Il progetto ha risposto con una forte sensibilizzazione e senza denaro. Nell’anno seguente più di settanta nuove toilette sono state auto costruite dalle famiglie Batwa.

Il Governo ha istituito un piano nazionale, con provincie pilota tra cui Ngozi, per il miglioramento dell’alimentazione obbligando i dipendenti pubblici, tra cui i capi collina, a farsi un orto per le verdure a casa propria. Il progetto ha accolto questa iniziativa proponendo durante il corso di formazione agricolo delle lezioni su come costruirsi un semplice orto per avere varie verdure. Risultato…151 famiglie batwa si sono fatte l’orto…e vi posso garantire che sono molto migliori di quelli dei capi collina.

Durante uno dei vari incontri fatti con i gruppi di lavoro Batwa per comprendere insieme a loro la situazione attuale e il futuro che ci aspettava, chiesi loro di dirmi quali erano le preoccupazioni ed i bisogni nel momento in cui il progetto, nel giro di pochi mesi, avrebbe chiuso. Le risposte furono tre: la possibilità di continuare ad avere a disposizione i campi per coltivare, la possibilità di avere un pezzetto di terra con degli alberi per avere legna e pali, e di conoscere a chi rivolgersi in caso di problemi o di necessità di consigli. Tutto qua. Rimasi stupito perché mancava una cosa, basilare, che in Burundi non manca mai, a qualunque livello: la richiesta di soldi. Allora dissi loro che si erano dimenticati di chiedere soldi. La risposta fu un pugno in pancia, o forse una carezza, non so. Ma mi sconvolse. Fu che non avevano bisogno di soldi perché il progetto aveva dato loro la base di partenza, il capitale di partenza, già da tempo erano in grado di continuare senza nessun appoggio monetario. I Batwa di Mivo, quel giorno, mi diedero una grande lezione di maturità, coraggio, dignità, e voglia di migliorare.

Concludo con una attività fatta l’estate scorsa insieme a una dozzina di allievi Batwa delle secondarie: proponemmo loro di fare uno stage ufficiale con il progetto, un lavoro gratuito che avrebbe fatto loro imparare un mestiere e guadagnare un documento ufficiale utile un giorno per cercare lavoro. Organizzammo una attività scolastica estiva indirizzata a bambini ed adulti: corsi di recupero di IKIRUNDI, matematica, francese, alfabetizzazione per adulti. In fase progettuale chiamammo l’iniziativa “Par le batwa pour le Batwa” (Fatta dai batwa per i Batwa) convinti che sarebbe rimasta interna ai villaggi Batwa. Invece si iscrissero circa 180 bambini e una decina di adulti, di tutte le etnie. Bambini entusiasti, genitori che ci chiedevano di poter inviare altri figli. Fu a mio avviso rivoluzionario: per la prima volta un gruppo di Batwa era artefice di una attività a favore della comunità intera. Coloro che da sempre erano gli inutili straccioni, bisognosi di tutto, che dovevano essere sempre e solo aiutati, ora erano saliti in cattedra ad aiutare gli altri. Questi ragazzi erano riusciti per tre mesi a ribaltare completamente, di 180°, la situazione burundese.

Insomma, dove vogliamo mettere l’asticella? Come vogliamo vederlo il bicchiere? Per la mia scarsa esperienza, per i progetti che ho visitato, ed i racconti ascoltati altrove, posso con voce alta affermare che quelli di Mivo sono risultati entusiasmanti. La strada per una completa e durabile integrazione è ancora lunga, e diversi fattori, prima di tutto una pace durevole, giocheranno dei ruoli molto forti nella riuscita del percorso, ma le basi sono là, la gente sta camminando in una direzione fortemente voluta da se stessa. Non stanno più seguendo un progetto dei bianchi per guadagnare aiuto. No. Ora stanno camminando con le loro gambe già da un po’ di tempo e sanno che ne sono capaci.

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