Racconti dal Venezuela (1' parte) |
"Quella sera il capitano del peschereccio, provato da giorni di dura navigazione e pesca, spense il motore, gettò l’ancora, uscì sul ponte e si godette lo spettacolo del sole che si faceva un bagno nel mare, forse per rinfrescarsi. Non l’avevano mai fatto ed entrambi si sentirono davvero bene”.
La vita da volontario è strana.
Ci sono giorni in cui ti chiedi se stai facendo abbastanza, se si potrebbe fare di più, ma poi subito scatta la molla della sostenibilità, del lasciare fare, dei tempi e della cultura diversa.
Tutti i miei predecessori volontari e il buon Alejandro Moreno dicono che la relazione è la base del nostro lavoro.
Anzi di più: IL VENEZUELANO E' LA RELAZIONE.
Lì per lì pensi di aver capito, di impegnarti per metterlo in pratica. Ma solo dopo più di un anno comincio a capire cosa vuole dire questa parola: RELAZIONE.
La cosa più facile per un venezuelano e’ parlare, anzi raccontare storie. Difficilmente si parla del tempo, perlomeno solo le prime volte. Poi le persone si aprono, ti raccontano della loro vita e tu le ascolti come se stessi ricevendo un prezioso regalo.
Mi viene facile ascoltare, qualche domanda veloce, ed il tempo passa che non te ne accorgi, vola. Ti accorgi di stare veramente bene, sentirti come un pesce nell’acqua, anche se magari nella tua logica dell’efficienza pensi, lì per lì, di non aver concluso nulla e, magari, perso tempo. Ma e’ proprio questo il tempo speso meglio, investito nelle basi di tanti rapporti personali che ti permetteranno di lavorare meglio più avanti.
Storie tragiche, tragicomiche, comiche, impossibili, allucinanti.
Non ho tenuto un diario in questi mesi, alcune me le ricordo molto bene e, volendo, si potrebbe anche scrivere la sceneggiatura di un film. Ve le riporto in ordine sparso anche perché non le saprei classificare:
T. ci racconta, la seconda o terza volta che ci vediamo, della morte del figlio primogenito avvenuta per un incidente stradale. Ci mostra una foto e ci fa notare che lo sguardo del figlio è triste, “è sempre stato triste”, dice. “Probabilmente sapeva di non dover vivere a lungo”, aggiunge. Le lacrime scorrono e a noi viene un nodo in gola.
Una sera, ad uno dei tanti bambini dei tanti vicini, che ha la caratteristica di essere il primogenito ma di essere più basso di una spanna rispetto alla sorella di 3 anni meno, chiedo: “cosa ci fa tuo zio sotto la macchina che c’è buio e non si vede niente?” Mi risponde serio e convinto che suo zio ha gli occhi come i gatti. Si, può vedere col buio senza dover accendere la luce. Non usa i fari quando guida e, se una luce gli illumina gli occhi, tu li vedi rifrangenti come quelli dei gatti.
I. comincia a parlare di una figlia, poi di un’altra, poi di un’altra, ecc… Allora mi viene una domanda semplice semplice: quanti sono i tuoi figli, e chi sono i loro papà ? Mi spiega che abitava a Caracas, che con suo marito ha avuto 3 figlie ed un maschio. Viveva a Petare e si alzava alle 4 per andare a lavorare. Quando piove a Caracas, e piove spesso, le colline di Petare si riempiono di fango, per cui si scendeva senza scarpe, ci si puliva con uno straccetto i piedi, si mettevano le scarpe e si prendeva l’autobus. A sera si tornava velocemente per non stare in giro col buio. Era dura ma si stava bene, racconta. Poi un giorno il marito muore schiacciato da una macchina parcheggiata a cui si è saltato il freno a mano. Ha conosciuto un altro uomo, un impiegato di banca. Bravo e serio che si prendeva cura anche delle figliastre. Si trasferiscono in Guayana per lavoro e il marito comincia a bere e drogarsi, anzi spaccia addirittura. Arriva la polizia a casa e lo arresta. Lei resta sola con una figlia in più avuta dal secondo marito. Il figlio maschio cerca di provvedere ad aiutarla nel mantenere la famiglia ma, una sera ad una festa, viene ucciso durante una discussione. Il resto e’ presente.M. e’ distrutta. Hanno ammazzato qualche giorno fa suo fratello. Un incidente stradale fatto con la persona sbagliata che lo minaccia di morte per averle danneggiato la macchina. Il gruppo cerca di consolarla e si comincia a parlare di come si deve educare i figli per evitare che si trasformino in “malandros”(malviventi). D. dice che l’unico modo e’ il palo (bastone). Racconta di un figlio che si era messo in un brutto giro. Un giorno viene a sapere che aveva rubato un’auto. Lo cerca, lo trova insieme alla sua banda, lo prende di forza e se lo porta a casa. Lì comincia a picchiarlo col bastone fino a quando arriva la cognata che riesce a fermarla prima che la cosa degeneri. Dice che avrebbe preferito ammazzarlo lei stessa a bastonate piuttosto che fosse stata la polizia o qualche altra banda a farlo. Le altre presenti sono tutte concordi e, sull’onda, partono altre storie simili. |
"Quella sera il capitano del peschereccio, provato da giorni di dura navigazione e pesca, spense il motore, gettò l’ancora, uscì sul ponte e si godette lo spettacolo del sole che si faceva un bagno nel mare, forse per rinfrescarsi. Non l’avevano mai fatto ed entrambi si sentirono davvero bene”.
La vita da volontario è strana.
Ci sono giorni in cui ti chiedi se stai facendo abbastanza, se si potrebbe fare di più, ma poi subito scatta la molla della sostenibilità, del lasciare fare, dei tempi e della cultura diversa.
Tutti i miei predecessori volontari e il buon Alejandro Moreno dicono che la relazione è la base del nostro lavoro.
Anzi di più: IL VENEZUELANO E' LA RELAZIONE.
Lì per lì pensi di aver capito, di impegnarti per metterlo in pratica. Ma solo dopo più di un anno comincio a capire cosa vuole dire questa parola: RELAZIONE.
La cosa più facile per un venezuelano e’ parlare, anzi raccontare storie. Difficilmente si parla del tempo, perlomeno solo le prime volte. Poi le persone si aprono, ti raccontano della loro vita e tu le ascolti come se stessi ricevendo un prezioso regalo.
Mi viene facile ascoltare, qualche domanda veloce, ed il tempo passa che non te ne accorgi, vola. Ti accorgi di stare veramente bene, sentirti come un pesce nell’acqua, anche se magari nella tua logica dell’efficienza pensi, lì per lì, di non aver concluso nulla e, magari, perso tempo. Ma e’ proprio questo il tempo speso meglio, investito nelle basi di tanti rapporti personali che ti permetteranno di lavorare meglio più avanti.
Storie tragiche, tragicomiche, comiche, impossibili, allucinanti.
Non ho tenuto un diario in questi mesi, alcune me le ricordo molto bene e, volendo, si potrebbe anche scrivere la sceneggiatura di un film. Ve le riporto in ordine sparso anche perché non le saprei classificare:
T. ci racconta, la seconda o terza volta che ci vediamo, della morte del figlio primogenito avvenuta per un incidente stradale. Ci mostra una foto e ci fa notare che lo sguardo del figlio è triste, “è sempre stato triste”, dice. “Probabilmente sapeva di non dover vivere a lungo”, aggiunge. Le lacrime scorrono e a noi viene un nodo in gola.
Una sera, ad uno dei tanti bambini dei tanti vicini, che ha la caratteristica di essere il primogenito ma di essere più basso di una spanna rispetto alla sorella di 3 anni meno, chiedo: “cosa ci fa tuo zio sotto la macchina che c’è buio e non si vede niente?” Mi risponde serio e convinto che suo zio ha gli occhi come i gatti. Si, può vedere col buio senza dover accendere la luce. Non usa i fari quando guida e, se una luce gli illumina gli occhi, tu li vedi rifrangenti come quelli dei gatti.
I. comincia a parlare di una figlia, poi di un’altra, poi di un’altra, ecc… Allora mi viene una domanda semplice semplice: quanti sono i tuoi figli, e chi sono i loro papà ? Mi spiega che abitava a Caracas, che con suo marito ha avuto 3 figlie ed un maschio. Viveva a Petare e si alzava alle 4 per andare a lavorare. Quando piove a Caracas, e piove spesso, le colline di Petare si riempiono di fango, per cui si scendeva senza scarpe, ci si puliva con uno straccetto i piedi, si mettevano le scarpe e si prendeva l’autobus. A sera si tornava velocemente per non stare in giro col buio. Era dura ma si stava bene, racconta. Poi un giorno il marito muore schiacciato da una macchina parcheggiata a cui si è saltato il freno a mano. Ha conosciuto un altro uomo, un impiegato di banca. Bravo e serio che si prendeva cura anche delle figliastre. Si trasferiscono in Guayana per lavoro e il marito comincia a bere e drogarsi, anzi spaccia addirittura. Arriva la polizia a casa e lo arresta. Lei resta sola con una figlia in più avuta dal secondo marito. Il figlio maschio cerca di provvedere ad aiutarla nel mantenere la famiglia ma, una sera ad una festa, viene ucciso durante una discussione. Il resto e’ presente.