Io e l'Altro

venezuela_altro.jpg Difficoltà quotidiane di comunicazione interculturale
per Lia Guerrini, volontaria SVI a San Felix [Venezuela]
alla ricerca dell'equilibrio giusto tra rispetto dell'Altro e dei suoi modi d'essere
e ricerca del rapporto.


Quando all’università leggevo tutti quei testi che parlavano dell’Altro, di incontro tra culture diverse, di identità propria e altra, mi sembrava tutto chiaro, ovvio, semplice.
Poi, come sempre, viverle sulla propria pelle - tutte quelle sacrosante parole scritte - è un’altra cosa!

Sono in Venezuela da otto mesi.
E non c’è giorno nel quale non capiti una situazione – sul piano relazionale – che non mi ponga interrogativi quasi sempre senza risposta.
Mi chiedo spesso quando posso comportarmi in modo che so essere proprio della “mia” cultura, ma che non sono certa appartenere alla cultura che mi ospita.
Quando azzardare, rischiare di offendere qualcuno, o non fare nulla e aspettare di capire?
Faccio un esempio banale.
Qualche giorno fa vedo un libro che mi piacerebbe regalare a un nostro collaboratore. Sono sul punto di comprarlo, ma sono assalita da una serie di dubbi.
Un regalo fatto senza che ci sia una ricorrenza particolare...
Come verrebbe vissuto? Passerei per la solita occidentale consumista? Farei sentire quella persona in debito? La metterei in imbarazzo?
Inutile dire che, il libro, non l’ho più comprato.

Insomma, a prescindere da questa o da quella situazione, non mi è sempre facile decidere come agire nelle relazioni.
Temo di essere scorretta, di non rispettare l’Altro, di anteporre la mia visione delle cose ai modi di fare abituali tra le persone e nella comunità con cui collaboro. La spontaneità che avrei in Italia nel relazionarmi con alcune persone qui è molte volte frenata, proprio per questa paura.
È ovvio che non si possa prescindere dalla propria cultura e si debba tenere sempre chiaro il senso e il valore del proprio bagaglio culturale, anche se in qualche modo bisogna “sradicarsi” e prendere possesso della cultura Altra.
Interagire con altri “costumi”, conoscerli, capirli, condividerli e rispettarli ci fa – in qualche modo – trovare di fronte a uno specchio nel quale ci guardiamo o veniamo guardati [per dirla come Kapuścinśki]. E questo ci fa spesso vacillare e sentire insicuri.
Spogliarci dei modi di fare e di gestire alcune situazioni che a “casa nostra” dominavamo, per rivestirci in maniera nuova, diversa, non è facile e richiede tempo. Ripeto, questo non significa abbandonare la nostra identità, ma modificare certi aspetti che qui non verrebbero compresi o sarebbero fuori luogo.
L’incontro con l’Altro non si risolve certo in otto mesi di osservazione e convivenza.
Del resto, sono convinta che l’Altro cominci dove inizia anche la nostra volontà di capirlo, volontá che di sicuro non mi manca…

Così come continueranno a non mancarmi dubbi e incertezze.

Lia Guerrini

Nell'immagine - “L’Altro comincia dove inizia la nostra volontà di capirlo” [ph Guerrini].

Pubblicato il Jan 26, 2010