Il diritto a sapere: un diritto, tanti diritti

home_diritto__sapere.jpg Per quanto questo diritto, nelle società dei Paesi cosiddetti sviluppati, sia spesso dato per scontato, alcune osservazioni sull’argomento, oltre a permettere di spiegarne l’assenza in numerosi Paesi in via di sviluppo, possano aiutarci a valutare in che misura esso sia presente nelle nostre società “sviluppate”.



Tra “ciò che caratterizza l’essere umano in quanto tale” [questa è una delle definizioni di “diritto umano”] c'è il diritto a sapere. Esso, inteso nel quadro della società, si concretizza come diritto all’istruzione. Infatti, se il puro diritto a sapere è un diritto civile, e quindi, attenendo alla personalità dell’individuo, mira a tracciare una sfera di libertà della persona dallo Stato, il secondo è un diritto sociale, che implica un intervento attivo da parte dello Stato perché tutti possano goderne.
Non c'è contraddizione in merito al ruolo dello Stato per quanto riguarda il rispetto di questi due diritti. Certo, l'azione dell'istituzione statale a questo riguardo dev’essere stabilita con attenzione: il monopolio statale dell’istruzione può portare a un uso ideologico del sapere. Invece un suo totale disinteressamento rende impossibile l'incremento del livello culturale della massa, con gravi conseguenze.
Anzitutto si priverebbe l’umanità di un elemento che la caratterizza a livello antropologico. L’uomo, infatti, è portato a conoscere la realtà al di fuori di sé e se stesso, come la storia dell’umanità insegna: la nascita della filosofia [letteralmente “amore della conoscenza”] e il suo sviluppo nel corso dei secoli testimoniano di come questa attitudine a conoscere sia propria della natura umana. Ancora, facendo un “volo” di qualche secolo, il comunismo, per quanto mantenesse un atteggiamento ambiguo nei confronti della cultura mettendo in luce il pericolo del sapere in quanto ideologia, al contempo ne sottolineava l’importanza: si pensi ad esempio a Che Guevara, che accettava nel suo gruppo di guerriglia solo persone che sapessero leggere e scrivere.
Ancora, un disinteresse dello Stato nei confronti dell'istruzione dei propri cittadini porterebbe a penalizzazioni sul piano dell’economia. La nostra stessa Costituzione, nella sezione dedicata ai “Rapporti economici”, afferma: “La Repubblica […] cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori” [art. 35]. In un’economia globale, e quindi competitiva per definizione, l’assenza di un’adeguata formazione ne relegherebbe lo Stato ai margini: si pensi, ad esempio, all’esodo dei ricercatori dall’Italia, purtroppo sottovalutato dai Governi italiani ormai da tempo.
Ma il diritto di cui ci stiamo occupando mostra il suo principale interesse dal punto di vista politico concretizzandosi nella libertà di parola: quest’ultima si declina nel diritto di stampa che, servendosi di molteplici fonti e non essendo esercitata unicamente dallo Stato, limita l’arbitrarietà dell’informazione.

Il diritto al sapere può aver luogo solo all’interno della società. Ma questa non vede lo Stato come unico attore: non potremo dimenticare, proprio noi lettori di Esserci, il ruolo della società civile e delle numerose ONG che, come lo SVI, collaborano in modo proficuo alla diffusione dei diritti umani in Paesi in cui, senza dubbio, lo Stato non si cura nella maniera adeguata dei bisogni dei propri cittadini.

Tiriamo le conclusioni.
In primo luogo il motivo per il quale lo Stato, nei Paesi in via di sviluppo, non permette l’affermarsi di un autentico diritto al sapere è che quest’ultimo metterebbe in luce le gravi negligenze del suo operato. In altre parole le condizioni preliminari perché questo diritto sia rispettato richiedono un cammino che comprende un evolversi complesso di fattori, il quale viene ostacolato sia dall’esterno [da un’economia selvaggia avulsa da ogni forma elementare di valori morali], che dall’interno [da uomini politici che si preoccupano solo dei propri interessi]. A questo proposito le ONG contribuiscono al cambiamento anche [e non solo] attirando l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale su situazioni che non possono essere oggetto di disinteresse – perlomeno esplicito - da parte di alcun Governo di fronte al proprio elettorato.
In secondo luogo vi sono alcune battaglie che ogni generazione deve combattere: i diritti non sono da mantenere o da salvaguardare, ma da riconquistare tutti i giorni. Fidarsi non è un atteggiamento politicamente corretto; e meno ancora lo è l’indifferenza. Il diritto al sapere, lungi dal configurarsi come un’eccezione, è continuamente minacciato: laddove non venga sottovalutata l’importanza della cultura, bisogna stare in guardia e dall’uso ideologico che i Governi di ogni epoca cercano di imporle e dalla parzialità dell’informazione.

Federico Bonzi

Pubblicato il Jan 29, 2010