Situazione politica 2006 |
| VENEZUELA: collaborazione con Cuba e ambizioso progetto ALBA Non è un caso che Hugo Chavez sia stato il primo dirigente straniero, seguito a ruota dal numero uno cinese, a trasmettere dal Vietnam (dove si trovava per una visita ufficiale) il 1° agosto 2006 a Fidel Castro i suoi auguri per una pronta guarigione. Non è nemmeno casuale che il resoconto della visita del presidente venezuelano in Vietnam fosse, lo stesso giorno, il secondo titolo del quotidiano del partito comunista cubano “Granma”, dopo il testo del comandante in capo che annunciava di cedere “provvisoriamente” i suoi poteri al fratello Raul, per “un’operazione chirurgica complicata”. All’interno Fidel Castro preparava la sua successione, dando negli ultimi tempi una grande visibilità a suo fratello, mentre all’esterno tutto si svolgeva come se avesse scelto Hugo Chavez, che a 52 anni potrebbe essere suo figlio, suo erede spirituale. Sotto molti aspetti, l’architetto della “rivoluzione bolivariana”, da due anni, ha sostituito sulla scena internazionale quello della rivoluzione cubana. L’affondamento dell’URSS nel 1991 ha rovinato l’economia cubana e le sue ambizioni di paese esportatore. Un tempo le truppe cubane andavano a combattere in Africa a fianco dei vari movimenti di liberazione, oggi gli emissari della rivoluzione cubana sono i medici che La Havana invia (senza famiglia, per evitare defezioni) nei paesi colpiti da una catastrofe o in Venezuela, dove servono da moneta di scambio per il petrolio che Cuba non può permettersi al prezzo di mercato: 20.000 medici ed infermieri per le favelas di Caracas, contro 90.000 barili di petrolio al giorno, ossia la metà dei bisogni energetici cubani. Dall’altra parte, il rialzo del prezzo dell’oro nero ha fatto di Hugo Chavez, alla testa del Venezuela (quinto produttore mondiale di petrolio), un uomo molto potente e non ne fa mistero: gli introiti petroliferi gli permettono anche di acquistare influenza, di fare un lobbying efficace per ottenere un seggio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e di tessere una rete internazionale anti-imperialista, cioè anti-statunitense. La tournée che nei mesi scorsi l’ha portato da Minsk ad Hanoi, passando da Mosca e Teheran, è significativa. In Bielorussia ha lodato “uno Stato sociale modello come quello che noi stiamo iniziando a creare”. A Mosca, pur non essendo riuscito ad “arruolare” in un fronte anti-imperialistico Vladimir Putin, ha fatto un ordine di 30 caccia Soukhoi Su-30, 30 elicotteri e 100.000 kalachnikov AK-103 (dopo che gli Stati Uniti avevano impedito alla Spagna di fornirgli approvvigionamenti militari) per rinnovare il suo arsenale militare. A Teheran Chavez ha promesso al presidente Mahmoud Ahmadinejad un sostegno “in ogni momento ed a qualunque condizione”. Chavez ha così rimpiazzato Fidel Castro come capofila della corrente rivoluzionaria della sinistra latino-americana, attirando a sé il presidente boliviano Evo Morales ed i sostenitori di un’altra mondializzazione. Hugo Chavez, più che Fidel Castro, è diventato l’enfant terribile del continente, costringendo i fautori di una sinistra moderata, come il brasiliano Lula da Silva e la cilena Michelle Bachelet, a molteplici contorsioni per mascherare le loro divergenze durante summit regionali. Il Venezuela ha conquistato un importante spazio politico, utilizzandolo per ridinamicizzare la logica dell’integrazione, soprattutto ricorrendo ad un dispositivo di coordinamento con i presidenti dell’Argentina e del Brasile, e numerosi accordi sono stati sottoscritti nel campo commerciale, energetico e militare. Nel 2005 il Venezuela è entrato nel Mercosur ed ha poi messo a punto la “Alternativa bolivariana per le Americhe” (ALBA), un’iniziativa strategica di alleanza con Cuba. È un progetto d’integrazione che si appoggia su meccanismi destinatati a creare “vantaggi cooperativi”, invece ed in sostituzione dei “vantaggi comparativi” delle teorie liberali del commercio internazionale. I vantaggi cooperativi intendono ridurre le asimmetrie che esistono fra i paesi dell’emisfero e con l’ALBA si vogliono coinvolgere tutti gli attori economici e sociali (cooperative, imprese nazionali, …), dando priorità alla risoluzione dei problemi essenziali delle popolazioni: alimentazione, alloggio, sanità, conservazione dell’ambiente, … Si tratta pertanto di un sistema molto diverso dall’ALCA (“Zona di Libero Scambio delle Americhe”) propugnata dagli Stati Uniti (nella quale gli USA rappresentano il 70% del PIL), che non fa alcuna differenza fra piccole e grandi nazioni, rafforzando dinamiche che fanno guadagnare i più forti (in modo particolare gli Stati Uniti) ed imponendo criteri di sicurezza giuridica favorevoli alle grandi imprese multinazionali, senza preoccuparsi minimamente di aiutare i paesi più deboli. L’ALCA lascia il campo libero alle forze dominanti del mercato ed alle capacità finanziarie dei grandi agenti economici. L’ALBA, invece, costituisce un tentativo ambizioso di integrazione regionale che sfugge alle logiche di mercato. Non mancheranno comunque difficoltà, in quanto si dovrà cercare di integrare paesi come Argentina, Brasile ed Uruguay, probabilmente anche il Messico e forse anche il Perù. Le economie di questi paesi sono dominate dalle imprese multinazionali, molto più interessate al mantenimento della loro quota di mercato negli Stati Uniti ed in Europa che ad un’integrazione che potrebbe privarle di questi sbocchi. Dicembre 2006, Gabriele Smussi |
| Ultimo aggiornamento Jan 17, 2007 |
Venezuela - Situazione politica 2004 |
Controllo o manipolazione dell’informazione in Venezuela?Polemiche sull'uso dei media durante il golpe del 2002: fu solo informazione erronea o uso manipolatorio dei mezzi d'informazione? Con il sostegno popolare confermato dai risultati del referendum dell’agosto 2004, il presidente Hugo Chavez potrà rilanciare il processo di riforme iniziato dal suo arrivo al potere nel 1998, nonostante gli attacchi dell’opposizione e l’ingerenza statunitense. Uno dei progetti fondamentali del governo venezuelano, il progetto di legge di responsabilità sociale, messo da parte nel 2000 per le pressioni dei magnati dei media, mira a modernizzare la legislazione del settore audiovisivo. C’è da chiedersi se tale progetto determinerà attacchi dell’opposizione simili a quelli del 2003 attraverso l’ONG “Human Rights Watch”, il cui direttore esecutivo della divisione statunitense José Miguel Vivanco (in un comunicato alla stampa del 25 gennaio 2003) dichiarava: “Malgrado i suoi attacchi verbali contro la stampa e la televisione d’opposizione, il presidente Chavez ha fino ad ora evitato di limitare la libertà dei mezzi di comunicazione. Temiamo che il suo governo prenda ora misure per limitare il dibattito pubblico in Venezuela”. All’epoca era in corso un’inchiesta da parte del governo venezuelano nei confronti di due catene televisive private, “RCTV” e “Globovision”, sospettate di aver emesso (all’epoca del tentativo di colpo di stato del 2002, definito “il primo colpo di stato mediatico” per il ruolo giocato dai media nella sua attuazione) “programmi contro l’ordine pubblico, discreditando l’autorità e le istituzioni e diffondendo informazioni false e tendenziose”. Il pretesto del colpo di stato fu appunto una “informazione erronea”: uomini appartenenti ai circoli bolivariani di Chavez furono presentati da tutte le catene televisive private come se stessero sparando in modo indiscriminato su una folla d’oppositori al regime, quando invece stavano semplicemente rispondendo ai tiri assassini di cecchini e membri della polizia metropolitana agli ordini dell’opposizione. Era più che sufficiente per chiamare alle armi in diretta e richiedere la testa di Chavez. Si legga al riguardo “Nei laboratori della menzogna” di Maurice Lemoine in “Le Monde Diplomatique” di agosto 2002 o si scorrano le immagini dell’interessante documentario “Claves para una masacre”, che mettono in luce in modo incontestabile questa manipolazione. Questa informazione “inesatta” ed “erronea” (oggi perfettamente documentata) non era destinata a “trovare la verità” ed “animare il dibattito pubblico”, come sosteneva “Human Rights Watch”, ma si trattava di una “manipolazione mediatica” diretta ad una presa del potere in modo violento ed anticostituzionale. Non dimentichiamo inoltre che una delle prime misure degli autori del colpo di stato fu di interrompere la copertura “in diretta” dell’attualità, per non mostrare le manifestazioni massicce a sostegno di Chavez in tutto il paese, ma a questo “Human Rights Watch” non accenna minimamente. Oggi il settore dei media venezuelani è regolamentato sulla base di una legge del 1941, approvata prima ancora che nel paese ci fosse la televisione, totalmente inadatta alla situazione contemporanea. Il progetto di legge sulla responsabilità sociale proporrebbe di modernizzare l’apparato giuridico del paese, una riforma dolce che non urterebbe gli interessi economici dei vari attori presenti in Venezuela. Si tratterebbe di un progetto estremamente liberale indirizzato a controllare il “contenuto” dei programmi proposti e non la loro struttura, molto meno rigido dei dispositivi che esistono in altri paesi occidentali che si considerano democratici, ma lo stesso non è di gradimento di tutti coloro che confondono la “libertà di stampa” con “la libertà delle imprese di stampa”. Gabriele Smussi |
| Ultimo aggiornamento Jan 25, 2005 |
Situazione politica 2005 - Sfidando la logica della globalizzazione |
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L’abilità continua del Presidente Hugo Chavez di portare avanti riforme significative, nonostante l’ostilità statunitense e l’opposizione interna sostenuta da Washington, ha implicazioni di notevole importanza per le varie lotte in America Latina. Il successo di Chavez spiazza coloro che sostengono che nel capitalismo globale del mondo attuale per l’America Latina ed i Caraibi non è affatto possibile resistere al “libero mercato” dell’ordine neoliberale. La situazione attuale di un mercato condizionato da un’assistenza economica statunitense (inclusa la remissione del debito) e dal predominio delle organizzazioni finanziarie internazionali può rinforzare la credenza che non ci sia alternativa alle politiche di libero mercato, come ironizzava Margaret Thacher. L’esperienza di Chavez è in netto contrasto con il diktat della Thacher e solleva l’interessante domanda se la strada intrapresa dal Venezuela sia applicabile anche agli altri paesi dell’America Latina e dei Caraibi. La salita al potere in questi anni recenti di governi di centro-sinistra in Argentina, Brasile ed Uruguay mette in notevole risalto la questione. Fin dagli inizi la preoccupazione di Chavez è stata quella di resistere e darsi da fare per un cambiamento radicale. In tale ottica ha costruito il più grande partito politico della nazione (il “Movimento della Quinta Repubblica”), che ha governato dal 1998 alleandosi ai più piccoli partiti di sinistra. La spinta radicale delle azioni di Chavez, fin dal suo trionfo elettorale del 1998, va al di là del suo stile e dei suoi discorsi. In effetti, molte delle sue riforme hanno minato gli interessi economici di potenti gruppi venezuelani e multinazionali. Sono state arrestate le privatizzazioni, tanto osannate dai predecessori, nel settore sociale, dell’industria dell’alluminio ed in quella petrolifera. Le allocazioni governative hanno favorito i poveri, incrementando in modo significativo la parte del budget nazionale destinata ad educazione, sanità, impiego e credito per piccole imprese. Va anche ricordato il ruolo molto attivo nell’OPEC, durante i primi anni di Chavez, che ha contribuito a riportare i prezzi petroliferi ai livelli degli anni 1970. Infine é stata esaminata la legalità delle attribuzioni delle terre agricole, con la minaccia ai grandi latifondisti di una confisca delle loro proprietà. 20 ottobre 2005 Gabriele Smussi |
| Ultimo aggiornamento Nov 26, 2007 |
La situazione politica 2008 |
Fin dalla sua rielezione nel dicembre 2006, il presidente venezuelano Hugo Chavez aveva dichiarato che un rimaneggiamento della Costituzione era necessario per la transizione verso il “socialismo del XXI secolo”, il suo grande progetto. La proposta di riforma (che riguardavano 69 dei 350 articoli della Costituzione) concerneva quattro temi principali: il consolidamento della democrazia partecipativa; l’integrazione sociale; il sostegno alle forme “non neoliberali” dello sviluppo economico; il rafforzamento dei poteri del governo centrale.Le disposizioni che riguardavano la democrazia partecipativa e l’equità sociale non incontrarono resistenze nell’opinione pubblica, mentre furono le riforme dell’economia e dei poteri presidenziali a sollevare la controversia. Fra l’altro, era prevista la soppressione dell’autonomia della banca centrale, la proibizione di privatizzare l’industria petrolifera e l’intensificazione della riforma agraria. Relativamente al rafforzamento del potere centrale, si proponeva di allungare il mandato presidenziale da 6 a 7 anni e di mettere in discussione la possibilità di presentarsi per la massima carica dello Stato soltanto per due mandati. Inoltre aumentavano le difficoltà nel tenere referendum di iniziativa popolare, si consentiva al presidente di creare zone speciali di sviluppo economico e lo si autorizzava ad inasprire lo stato d’emergenza sospendendo il diritto all’informazione. Dopo undici consultazioni elettorali vittoriose dalla prima elezione di Chavez nel 1998, il fallimento non aspettato del referendum del 2 dicembre 2007 ha costituito per il presidente una seria sconfitta. Gli elettori che avevano votato per Chavez nel 2006 non avevano cambiato idea (anche se si riscontrò un maggior assenteismo nei suoi sostenitori rispetto agli avversari), ma risultò chiaro che una cosa era “votare per Chavez, contro la destra” ed un’altra mobilitarsi per il cambiamento della Costituzione percepita come superflua. Numerosi fattori hanno condizionato i risultati dello scrutinio, fra i quali il modo in cui la riforma è stata elaborata, le insufficienze della campagna ed il clima generale. La campagna a favore del “sì” è iniziata soltanto il 2 novembre (ossia un mese prima del referendum) e nel frattempo l’opposizione ha potuto portare avanti una campagna virulenta nella quale non esitava a snaturare molti aspetti del progetto. Per esempio, annunciava che la riforma avrebbe messo in discussione il diritto alla proprietà privata e faceva temere la minaccia generale di espropriazioni, quando in realtà la proprietà privata ordinaria non era affatto presa di mira: gli emendamenti si prefiggevano esclusivamente di consolidare i poteri dello Stato nel campo dell’espropriazione dei produttori di derrate commestibili nel caso di penurie alimentari e consentire la redistribuzione delle terre dei latifondi nel quadro della riforma agraria. Addirittura i sostenitori del “no” arrivarono fino ad agitare spauracchi del tipo che lo Stato avrebbe tolto i bambini ai loro genitori ed il socialismo sarebbe ben presto diventato l’unico orientamento ammesso. Il metodo adottato dall’opposizione risultò molto efficace, la diffusione delle tesi si diffuse fra la popolazione insinuando dubbi e facendo cadere la popolarità di Chavez, il quale alla fine cercò di trasformare il referendum in plebiscito sulla sua presidenza con lo slogan “votare sì è votare per me”, dando priorità alla sua popolarità perché risultava troppo complessa la riforma per poter essere spiegata in dettaglio, sottostimando così lo scetticismo dell’opinione pubblica. Se le classi più povere in altri tempi avevano applaudito l’aumento spettacolare dei crediti ai programmi sociali nel corso degli ultimi quattro anni, oggi sono deluse e frustrate, soprattutto per il metodo non efficace di gestione di questi programmi da parte della burocrazia e per la corruzione dei cerchi di potere, a tutti i livelli. La penuria di latte, che sia stata o meno organizzata dall’opposizione, non ha certo facilitato le cose. Era necessaria la riforma della Costituzione o tanti provvedimenti potevano essere semplicemente adottati ricorrendo alla legislazione ordinaria? Se si potrebbe pensare a prima vista che alcuni dei sostenitori di Chavez abbiano creduto alle tesi dell’opposizione, un’analisi più approfondita mostra come molti semplicemente non condividevano il punto di vista del Presidente e per loro non era necessario accrescerne i poteri per rafforzare il processo rivoluzionario in corso. ... Versione integrale dell'articolo in PDF |
| Ultimo aggiornamento Jun 22, 2009 |
Situazione politica 2007 |
Fra riforma della Costituzione ed accuse di corruzione
Lo scorso 15 agosto il presidente Hugo Chavez ha presentato, davanti all’Assemblea Nazionale (ma anche a 10.000 persone riunite davanti agli schermi messi ai quattro angoli del parlamento), in un discorso di sei ore, il suo progetto di riforma della Costituzione bolivariana del Venezuela, votata nel 1999, all’epoca della sua prima elezione alla presidenza della Repubblica. Le proposte di Chavez sono dei notevoli passi avanti verso una società più giusta. Si riconoscerà la partecipazione popolare, attraverso consigli di potere popolare (consigli di studenti, di contadini, …), associazioni di lavoratori, cooperative, imprese comunitarie, … Si prevede un rafforzamento del diritto al lavoro, la riduzione della giornata lavorativa da 8 a 6 ore giornaliere e da 40 a 36 ore settimanali. Sul piano culturale Chavez propone di riconoscere la specificità dei gruppi indigeni e dei gruppi discendenti dall’emigrazione forzata africana. I gruppi di origine africana non sono riconosciuti nell’attuale Costituzione.
Per quanto si riferisce al modello di comportamento dello Stato a proposito dello sviluppo economico del Paese, viene proposta la creazione di un modello economico produttivo statale, imperniato su valori di umanesimo, cooperazione e preponderanza dell’interesse comune su quello individuale. Vengono proibiti i monopoli, riservando allo Stato imprese di interesse nazionale, in modo particolare quelle energetiche e sociali. Se lo Stato dichiarerà un’azione di interesse pubblico, avrà la possibilità di espropriare legalmente, previo versamento di un indennizzo. Resta comunque aperto un grosso problema, in quanto la riforma non prende in considerazione la struttura della proprietà delle grandi imprese, della grande proprietà terriera e del capitale.
A prima vista tale riforma va applaudita e sostenuta, ma comunque essa nasconde un pericolo: la riforma del potere esecutivo. Si propone che il presidente possa designare tutti i vice-presidenti che reputerà necessari ed inoltre si auspica un periodo presidenziale di sette anni con rielezione immediata ed indefinita (come nel sistema francese, nel quale il presidente può ripresentarsi tante volte quante vuole per un periodo di 5 anni) e questo rappresenta un rafforzamento del potere esecutivo, come nella stessa ottica sarebbe la proposta che il presidente presieda il Consiglio di Stato (invece del vice-presidente come si verifica attualmente). La proposta di Chavez che intenderebbe governare almeno fino al 2021, presentandosi indefinitivamente alle elezioni presidenziali, non sembra raccolga l’adesione della maggioranza dei venezuelani. Comunque, nella proposta di Chavez non c’è alcuna deriva verso una dittatura militare, come sostiene la stampa classica francese (“Liberation” e “Le Monde” in testa), non dimenticando comunque che concentrando più poteri nelle mani della presidenza non vengono dati a movimenti di massa. Chavez ha promesso un dibattito di tre mesi, prima di far adottare la Costituzione, ma l’errore è stato di aver incaricato del progetto un gruppo di amici accuratamente scelto.
In Venezuela la corruzione è un flagello e lo stesso presidente la denuncia regolarmente nei suoi discorsi. Il problema è reale e viene utilizzato da numerosi oppositori della “rivoluzione bolivariana” per dimostrare il fallimento del “regime” ed affermare che la situazione è sempre più grave. Molti si basano sui dati forniti dall’organizzazione “Trasparency International” che presenta il Venezuela come uno dei paesi più corrotti nel mondo: il Venezuela occupa il 138° posto (su 163) nel 2006 ed il 162° (su 179) nel 2007. Accusare i politici di corruzione è probabilmente uno dei mezzi migliori per screditare gli uomini politici in America Latina. Lo stesso Chavez è arrivato al potere accusando la totalità della classe politica di corruzione, il che lo rese molto popolare presso numerosi elettori, stanchi di vedere il paese affossarsi nella povertà, malgrado l’enorme ricchezza petrolifera nazionale. Non dovrebbe pertanto stupire che gli oppositori, venezuelani o stranieri, proferiscano le stesse accuse verso Chavez, dopo che è al potere da 8 anni. Ma i dati sulla corruzione di Trasparency vanno esaminati minuziosamente. Il suo indice di corruzione si basa sulle percezioni fornite da esperti ed uomini d’affari, in maggioranza stranieri o non residenti. Dal momento che l’immagine del Venezuela é in gran parte modellata da mezzi di comunicazione internazionali e nazionali, che simpatizzano nella loro grande maggioranza per l’opposizione e che accusano in continuazione il Governo di Chavez di corruzione, non sorprende il risultato dell’indice. Ci sarebbero altri metodi più obiettivi che potrebbero essere adottati per misurare correttamente la corruzione in Venezuela. Quello più obiettivo consisterebbe nell’interrogare le persone che hanno vissuto personalmente un caso di corruzione nell’ultimo anno e soltanto il 16% dei venezuelani ha dichiarato di trovarsi in tale situazione, percentuale inferiore di ben 4 punti alla media latino-americana e di ben 11 punti rispetto a quanto accadeva in Venezuela nel 2001.
Novembre 2007, Gabriele Smussi
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| Ultimo aggiornamento Nov 26, 2007 |
Fin dalla sua rielezione nel dicembre 2006, il presidente venezuelano Hugo Chavez aveva dichiarato che un rimaneggiamento della Costituzione era necessario per la transizione verso il “socialismo del XXI secolo”, il suo grande progetto. La proposta di riforma (che riguardavano 69 dei 350 articoli della Costituzione) concerneva quattro temi principali: il consolidamento della democrazia partecipativa; l’integrazione sociale; il sostegno alle forme “non neoliberali” dello sviluppo economico; il rafforzamento dei poteri del governo centrale.
Fra riforma della Costituzione ed accuse di corruzione
Lo scorso 15 agosto il presidente Hugo Chavez ha presentato, davanti all’Assemblea Nazionale (ma anche a 10.000 persone riunite davanti agli schermi messi ai quattro angoli del parlamento), in un discorso di sei ore, il suo progetto di riforma della Costituzione bolivariana del Venezuela, votata nel 1999, all’epoca della sua prima elezione alla presidenza della Repubblica. Le proposte di Chavez sono dei notevoli passi avanti verso una società più giusta. Si riconoscerà la partecipazione popolare, attraverso consigli di potere popolare (consigli di studenti, di contadini, …), associazioni di lavoratori, cooperative, imprese comunitarie, … Si prevede un rafforzamento del diritto al lavoro, la riduzione della giornata lavorativa da 8 a 6 ore giornaliere e da 40 a 36 ore settimanali. Sul piano culturale Chavez propone di riconoscere la specificità dei gruppi indigeni e dei gruppi discendenti dall’emigrazione forzata africana. I gruppi di origine africana non sono riconosciuti nell’attuale Costituzione.
Per quanto si riferisce al modello di comportamento dello Stato a proposito dello sviluppo economico del Paese, viene proposta la creazione di un modello economico produttivo statale, imperniato su valori di umanesimo, cooperazione e preponderanza dell’interesse comune su quello individuale. Vengono proibiti i monopoli, riservando allo Stato imprese di interesse nazionale, in modo particolare quelle energetiche e sociali. Se lo Stato dichiarerà un’azione di interesse pubblico, avrà la possibilità di espropriare legalmente, previo versamento di un indennizzo. Resta comunque aperto un grosso problema, in quanto la riforma non prende in considerazione la struttura della proprietà delle grandi imprese, della grande proprietà terriera e del capitale.
A prima vista tale riforma va applaudita e sostenuta, ma comunque essa nasconde un pericolo: la riforma del potere esecutivo. Si propone che il presidente possa designare tutti i vice-presidenti che reputerà necessari ed inoltre si auspica un periodo presidenziale di sette anni con rielezione immediata ed indefinita (come nel sistema francese, nel quale il presidente può ripresentarsi tante volte quante vuole per un periodo di 5 anni) e questo rappresenta un rafforzamento del potere esecutivo, come nella stessa ottica sarebbe la proposta che il presidente presieda il Consiglio di Stato (invece del vice-presidente come si verifica attualmente). La proposta di Chavez che intenderebbe governare almeno fino al 2021, presentandosi indefinitivamente alle elezioni presidenziali, non sembra raccolga l’adesione della maggioranza dei venezuelani. Comunque, nella proposta di Chavez non c’è alcuna deriva verso una dittatura militare, come sostiene la stampa classica francese (“Liberation” e “Le Monde” in testa), non dimenticando comunque che concentrando più poteri nelle mani della presidenza non vengono dati a movimenti di massa. Chavez ha promesso un dibattito di tre mesi, prima di far adottare la Costituzione, ma l’errore è stato di aver incaricato del progetto un gruppo di amici accuratamente scelto.
In Venezuela la corruzione è un flagello e lo stesso presidente la denuncia regolarmente nei suoi discorsi. Il problema è reale e viene utilizzato da numerosi oppositori della “rivoluzione bolivariana” per dimostrare il fallimento del “regime” ed affermare che la situazione è sempre più grave. Molti si basano sui dati forniti dall’organizzazione “Trasparency International” che presenta il Venezuela come uno dei paesi più corrotti nel mondo: il Venezuela occupa il 138° posto (su 163) nel 2006 ed il 162° (su 179) nel 2007. Accusare i politici di corruzione è probabilmente uno dei mezzi migliori per screditare gli uomini politici in America Latina. Lo stesso Chavez è arrivato al potere accusando la totalità della classe politica di corruzione, il che lo rese molto popolare presso numerosi elettori, stanchi di vedere il paese affossarsi nella povertà, malgrado l’enorme ricchezza petrolifera nazionale. Non dovrebbe pertanto stupire che gli oppositori, venezuelani o stranieri, proferiscano le stesse accuse verso Chavez, dopo che è al potere da 8 anni. Ma i dati sulla corruzione di Trasparency vanno esaminati minuziosamente. Il suo indice di corruzione si basa sulle percezioni fornite da esperti ed uomini d’affari, in maggioranza stranieri o non residenti. Dal momento che l’immagine del Venezuela é in gran parte modellata da mezzi di comunicazione internazionali e nazionali, che simpatizzano nella loro grande maggioranza per l’opposizione e che accusano in continuazione il Governo di Chavez di corruzione, non sorprende il risultato dell’indice. Ci sarebbero altri metodi più obiettivi che potrebbero essere adottati per misurare correttamente la corruzione in Venezuela. Quello più obiettivo consisterebbe nell’interrogare le persone che hanno vissuto personalmente un caso di corruzione nell’ultimo anno e soltanto il 16% dei venezuelani ha dichiarato di trovarsi in tale situazione, percentuale inferiore di ben 4 punti alla media latino-americana e di ben 11 punti rispetto a quanto accadeva in Venezuela nel 2001.
Novembre 2007, Gabriele Smussi
